La Gàrdia - Guardia Piemontese
Storia di un popolo e di una Chiesa

Pietro Valdo Certi giorni, fra la primavera e l’estate, una nebbia leggera si forma sul mare di Guardia, risale le pendici boscose della Catena Costiera fino al poggio e, lassù, avvolge le case. Dal basso, della statale, dal treno che fila veloce lungo il Tirreno, l’antico borgo, 514 metri più in alto, scompare allo sguardo. Si nasconde, come per scoli hanno fatto i suoi abitanti… una vicenda dai contorni leggendari.
Risale al XIII secolo. A quell’epoca, nei porti di Cetraro e di Paola, sbarcarono i primi coloni di fede valdese. Erano partiti dalle valli occitane del Piemonte, dal Delfinato e dalla Provenza. Dopo l’approdo risalirono il monte: alcuni si stabilirono sul poggio di Guardia, altri, superato il crinale, proseguirono lungo sentieri tra i faggi e presero dimora nella valle del Crati: a Montalto Uffugo e San Sisto poi detta “ dei Valdesi”.
Per due-tre secoli vissero in pace, protetti dai nobili locali. I marchesi Spinelli signori di Fuscaldo e i duchi di Montalto, per conto dei quali dissodarono terre impoverite dalle guerre. Gli arrivi proseguirono costanti fino al XVI secolo.
Per gli altri abitanti della Calabria i Valdesi erano genti provenienti da terre di là dai monti, perciò li chiamarono “gli ultramontani”.
Favoriti dalla parlata occitana che contribuiva ad isolarli e proteggerli, i Valdesi vivevano la loro fede intensamente, ma con pratica religiosa alquanto prudente per non dare
nell’occhio. Il contatto con le valli del Piemonte fù mantenuto dai barba, predicatori itineranti che scendevano a visitare le comunità, travestiti da artigiani e da mercanti, nascondevano la Bibbia tradotta in volgare sotto il mantello, annunciandosi in gran segreto, con un tocco sull’uscio che soltanto i compagni di fede sapevano riconoscere.
A Guardia Piemontese le vie sono intitolate alla storia valdese: piazza Pietro Valdo, piazza Torre Pellice, piazzetta Calvino, via dei Barbi: Le case arroccate sul poggio si affacciano su piazzette minuscole e vie strette che si inerpicano fra portici e scale: Scendendo lungo il pendio si incontrano le Terme Luigiane, fonti calde, ad alto tasso di zolfo, tra le più ricche d’Europa. presso la spiaggia, approdo dei primi coloni, è cresciuto un centro turistico, Guardia Marina, d’estate pulsante di vita: Un faraglione, la Pèiré da Garroc, si alza dal mare: è il simbolo che ogni guardiolo emigrato porta nel cuore coltivando la speranza che un giorno potrà finalmente tornare.
Le tipiche case guardiole (ben rappresentate dall’edificio del Museo di civiltà contadina) sono quelle sul poggio. Ognuna con la sua rampa in muratura: sotto c’è il magazzino e la stalla; gli spazi abitativi, disposti su vari livelli sono collegati da gradini; una scala di legno, interna alla casa, dà accesso alla soffitta. Dentro la luce mediterranea si stempera in una quieta penombra. Alle pareti
fotografie dei figli, delle spose in costume guardiolo con grembiule, maniche di velluto e seta. I colori sono sgargianti, rosso, verde, blu e galloni dorati. I tessuti sono canapa e lino, un tempo coltivati e tessuti a guardia, mentre la stoffa preziosa e i nastri si comperavano a San marco Argentato. Tipica è l’acconciatura dei capelli, tirati e raccolti attorno al penalh, sorta di corona, coperta da un fazzoletto colorato. Accanto altre foto: dei parenti che hanno fatto fortuna, di chi con fatica ci ha provato, negli Stati Uniti d’America, a Detroit, Cincinnati, in Brasile, in Argentina, in Germania, nelle città industriali del Nord, in quel settentrione d’Italia da cui per secoli scesero i loro antenati.
Le case sono il luogo in cui i Guardioli ordiscono il tempo presente con le memorie passate; dove affiorano racconti che a sentirli paiono di epoche lontane, ma risalgono a poco più di mezzo secolo fa…. Quando il sale era un bene talmente prezioso e che le donne di Guardia, per cucinare, scendevano a rubare l’acqua del mare e “se le guardie ti prendevano finivi in galera!”. Le case sono il luogo in cui si sussurra del “sacro macello” la grande persecuzione che colpì i Calabro - Valdesi a metà del Cinquecento, quando le comunità del Sud, consolidate e cresciute di numero, vollero fare come Guardia Piemontese
i confratelli delle valle del Nord che, dopo avere aderito alla Riforma di Lutero e Calvino, erano usciti allo scoperto. La reazione fù una caccia all’uomo. “L’unica repressione largamente di massa della Riforma italiana” (Giovanni Miccoli, in Soria d’Italia, Torino, Einaudi ed.).
A Guardia l’antica Porta del Sangue ricorda vicende tragiche, forse in parte leggendarie. Un episodio tra i più sanguinari avvenne l’11 giugno 1561 a Montalto Uffugo dove ottantotto Valdesi furono sgozzati ai piedi della gradinata della Chiesa di San Francesco Da Paola. Un testimone descrisse in una lettera l’orribile scena: il boia, legata la benda sugli occhi del condannato, con il coltello gli taglia la gola, quindi si ripiglia la benda, e avanti un altro.
All’indomani si squartarono i cadaveri, le membra furono gettate sui carri ed esposte sugli alberi, per circa trentasei miglia lungo la strada per Castrovillari.
Il 28 giugno, sulla piazza di Cosenza, altri Valdesi furono ricoperti di pece e arsi come torce.
Gabriele Pepe su “Il Ponte” - settembre/ottobre 1950, non ha dubbi; “Fù una vera crociata, con tutti gli orrori delle crociate: distruzioni d’interi paesi, incendi, massacri collettivi, impiccagioni, confische, vigne sradicate”. I documenti dicono che il denaro tratto dalla confisca dei beni Valdesi fù devoluto alla Confraternita per il riscatto dei cristiani nelle mani dei Mori. Nel complesso circa 2000 Valdesi di Guardia, Montalto Uffugo e San Sisto furono giustiziati; 1600 furono imprigionati o mandati a remare sulle galere.
Lo sguardo del visitatore affacciato ai bastioni del borgo di Guardia si gode il mare; verso sud scorge Fuscaldo, con le sue belle dimore verdi di muschio e i ricchi e nobili portali; con le rovine del castello dove furono imprigionati il barba Gian Luigi Pascale da Cuneo, il giovane predicatore guardiolo Marco Usseglio e decine di Calabro - Valdesi, uomini e donne. I pochi scampati fuggirono in Piemonte e a Ginevra. Soltanto chi accettò di abiurare fù salvo. Condotti tra le mura di Guardia, i sopravvissuti furono chiusi in un ghetto, controllati di notte e giorno dall’inquisizione. Fù loro imposto di indossare l’abitello giallo, segno di umiliazione. Per sradicare l’identità e lingua occitana si proibirono i matrimoni tra famiglie “ultramontane” e di lì a poco, con la
fondazione del convento dei Domenicani, si ottenne di eliminare la fede valdese. Ciò nonostante, per secoli, le gerarchie cattoliche temettero che le tendenze protestanti potessero di nuovo affiorare, e ancora agli inizi del XIX secolo il parroco di San Sisto, su disposizione dei vescovi di Cosenza, si dedicava a incrementare devozioni e pratiche tipicamente cattoliche perché la passata eresia non vi attecchisse nuovamente; e ancora verso il 1950 era abitudine del popolo di Guardia recarsi in processione, a piedi nudi, al Santuario di Paola, per espiare l’eresia degli antenati. Ma il tentativo di assimilazione non si compì.
I Guardioli, rintanati tra le mura sul monte, conservarono lingua, memorie, costumi, brandelli di storia vera oggi confusi nel magma delle leggende, modi di dire, usi canzoni. Le persecuzioni del Cinquecento emergono in espressioni come “Stai bravo sennò chiamo il prete che ti taglia la lingua”, minaccia con cui, fino a qualche anno fa, le mamme guardiole tenevano a bada i loro bambini; o nel pranzo rituale di San Giuseppe, la cui origine risale al sogno di un guardiolo perseguitato dall’Inquisizione. San Giuseppe lo avrebbe liberato dall’inquisizione in cambio dell’offerta di un pranzo a cui doveva invitare una ragazza (La Madonna), un bambino (Gesù Bambino) e un vecchio (San Giuseppe). Per la ricorrenza la padrona di casa accoglie gli ospiti baciando i piedi di ognuno e serve
sette portate, da cui sono esclusi carne e grassi. Gli ospiti lasciano nel piatto per ogni portata una porzione di cibo, che in parte è mangiata dai padroni della casa e in parte viene distribuita ai paesani.
La lingua occitana è fierezza, il segno della diversità, conservato con orgoglio. Nel borgo antico quasi tutti i bambini la parlano, e poco importa se in parte si è mescolata al calabrese e all’italiano. Gli anziani, chi è tornato a rivedere la Peire da Garroc dopo una vita da emigrante ha conservato intatto l’accento, simile a quello delle Valli occitane. I giovani, invece, hanno preso una cadenza “più calabrese”, ma dopo un po’ ci si abitua, e tra occitani del Sud e del nord si può dialogare.
Strani disegni ha la Storia. Quella ufficiale, in mano agli inquisitori, ai vicerè, ai feudatari, agli integralismi, avrebbe voluto i Guardioli scomparsi, mentre il destino fa che di loro ancora oggi si parli. E nonostante l’oblio in cui li sprofondarono i fratelli in fede del Nord, una condanna senza appello che perdurò fino al secolo scorso. Scriveva Davide Jahier, pastore Valdese, nel 1929:
"Guardia, sola, sopravvisse a sé medesima, rifugio di rinnegati, per debolezza di carattere e di fede" Tornano alla mente altre parole, una domanda, semplice, rivolta dai Guardioli al pastore valdese Jean Pons, sceso nel 1883 a visitarli: “Perché la nostra gente ci ha abbandonato?”.
Già, perché… Per fortuna i tempi sono
cambiati: oggi l’Occitania tutta delle Alpi ai Pirenei, dal Mediterraneo all’Atlantico, l’Occitania laica, cattolica, protestante ha riscoperto Guardia, questo suo lembo sul mare di Calabria. Ha scoperto il mito, per lungo tempo immaginato, o allontanato da sé, esiste. Che guardia e sopravvissuta alle persecuzioni, all’inquisizione, a quattro secoli e mezzo di isolamento, alla Storia. Che guardia Piemontese è ancora La Gàrdia, terra occitana.