Il termine folklore è composto da due parole antiquate di origine sassone: folk = popolo e lore = sapere; quindi significa, letteralmente, il sapere del popolo, cioè il complesso delle cognizioni che ha il popolo. E’ racchiusa in questa parola tutta una cultura popolare che va dalle situazioni di vita più spicciole a quelle più importanti dovute a mutamenti sociali o familiari.
Il popolo spontaneamente crea , e le sue produzioni, non solo nella stessa terra soggetta ad analoghe vicende politiche, ma anche nelle nazioni più disparate e lontane, conservano una singolare rassomiglianza e quasi identità.
La ragione di ciò va ricercata soprattutto nella storia naturale dell’essere umano, le cui vicende intime e passioni individuali si ripropongono quasi identiche ovunque.
Come dice il Lombroso * (*Cesare Lombroso-in Calabria-1898) “La civiltà, il cosiddetto progresso, induce variazioni solo negli strati superiori a cui non il canto orale, ma la penna e la stampa servono di espressione e di sfogo”, mentre l’uomo del popolo, coinvolto in uguali situazioni e sottoposto ad uguali vicende, riproduce i medesimi atti e li esprime più o meno analogamente in ogni angolo della terra.
Si forma così spontaneamente un ricco patrimonio di espressioni e manifestazioni d’anima come canti, danze, riti, proverbi, giuochi, feste, costumi, ecc. ed in cui si portano e si tramandano custoditi gioie e dolori, aspirazioni e speranze, ribellioni e assuefazioni alle ingiustizie e ai soprusi.
Da qui l’interesse di molti studiosi.
Il folklore calabrese, in particolare, annovera, tra i tanti, Raffaele Corso, Antonio Basile, Raffaele Lombardi Satriani e il nipote Luigi, il quale è uno dei pochi studiosi italiani che ritengono le scienze folkloristiche ed etnologiche come cultura di masse subalterne, utilizzabili per una maggiore conoscenza della realtà storica e dell’anima popolare.
Nel passato, infatti, il folklore e le tradizioni popolari venivano studiati ai fini di pura ricerca e
conoscenza, invece Luigi Lombardi Satriani risale a quella ricerca come mezzo necessario per meglio chiarire e scoprire certe esigenze più intime e più vere della realtà umana calabrese.
Fonte inesauribile per la conoscenza della cultura popolare sono i proverbi e i detti che, intercalati quotidianamente nella vita del singolo, formulano giudizi o accuse
“Lu sumeri chi mangia ficari,
lu viziu si caccia quando mori”
fanno conoscere natura e abitudini locali:
“le beddhe sunnu alla Sciddha,
laiche e russe a Bagnare,
i ‘mbriachi sunnu a Palmi
e i cornuti a Seminara”
riassumono tutti i vizi antichi e moderni di questo popolo e i danni del dominio straniero in Calabria:
“’mbasciti juncu c’a sciumara passa”
Nei canti invece emerge l’animo sensibile del calabrese, il suo senso estetico delicatissimo. Essi sgorgano spontaneamente sulla sua bocca e sono particolarmente dolci e poetici quando sono ispirati da un sentimento di amore:
“Sia binidittu cu fici lu mundu,
e cu fici lu seppi fari:
fici lu celu cu lu girutundu,
fici li stiddhi pi ‘mmaravigghiari.
Fici lu mari e fici lu so’ fundu
E pi li campi li sciuri ‘cchiù rari;
‘Nta quanti cosi belli su a lu mundhu
Tu la ‘cchiù bella ti poi nominari”
Così la gente più umile si rivela improvvisamente ricca. Di una ricchezza ancora più preziosa, perché costituita dal suo sentire, dal suo agire, dal suo percepire situazioni e persone, dal suo appartenersi; perché se ogni cosa può esserle sottratta, niente può impedire che il suo canto si alzi, che il suo cuore parli e la sua libertà venga meno:
“U populu,
mentitile a catina,
spochhiatilu,
attuppatici a vucca,
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu,
u passaportu,
a tavula unni mancia,
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.
Un populu
Diventa poviru e servu
Quannu ci arrobanu a lingua
Addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
Quannu i paroli non figghianu paroli
E si mancianu tra d’iddi”