Il repertorio musicale calabrese comprende, oltre a canzoni che vengono cantate senza accompagnamento musicale (ninne nanne, nenie funebri), una moltitudine di altre canzoni di solito monodiche e pezzi musicali eseguite al suono di strumenti tipici.
IL CANTO
Il canzoniere calabro è così numeroso ed abbondante che molti volumi non basterebbero ad illustrarlo
“Su calabresi e calabrisi sugnu,
Su nominatu pi tuttu lu regnu,
cu ‘ndi voli canzoni, ieu ‘nci li dugnu;
e quando ieu cantu, mai non mi cunfundu
e cu canta cu ‘mmia ci menti ‘mpegnu;
e quando cantatori su a lu mundu
a tutti cu la spata li cumandu”
La maggior parte dei canti è ispirata da dolci passioni d’amore, ma altri motivi possono esserne la base.
Distinguiamo infatti canti di sdegno,di partenza, di ritorno, di vendetta, ecc.
Composti di due stanze, o piedi, o quartine, a cui raramente si appiccica una coda di mezza quartina, si accompagnano con la zampogna, la cui monotona e malinconica melodia e assai bene interrotta dal tamburello.
Di impianto spiccatamente melodico, le canzoni calabre hanno una larga prevalenza di esecuzione solistica con emissione del fiato a gola chiusa e voce forte, alta, “lacerata”.
“Amuri, amuri tu mi fai cantari:
pe’ tia poeta sugnu addiventatu”
Ed effettivamente l’uomo calabrese riesce ad essere più che poeta nei suoi canti: per lui la donna diventa fiore, per lei cerca parole più belle per esaltarne la bellezza, accattivandosi così le sue simpatie:
“Quando nascisti tu, stilla ‘i ducizza
Funtana di cristallu e virga d’oru,
quando camini luci la mundizza,
li petri di la via diventan’oru;
vali cchiù nu capillu di ‘ssa trizza,
ca no la spata di lu Turcu Moru;
mannaja l’omu chi voli ricchezza;
eu vorrai megghiu a vui, can u trisoru”
A volte ella è qualcosa di irraggiungibile e pur tanto desiderata che gli strappa dal cuore i versi più nobili e delicati:
“Vurria essiri milu si potissi
E dintra u pettu toi ci girassi
Vurria essiri sedia e tu sedissi
Ed eu cu sti ginocchi ti locassi.
Vurria essiri tazza e ti ‘mbivissi
Ed eu cu sti labbruzzi ti vasassi.
Vurria essiri lettu e tu dormissi
Ed eu linzolui chi ti cummogghiassi.
Vurria essiri santu, e pur morissi
E tu cu si manuzzi mi pregassi”
Ma ancora più dolci e struggenti sono i versi di chi preparandosi a partire, deve lasciare la sua amata:
“O pumu russu, dandera di navi,
bilizzi chi trapassanu stu cori,
cu li capiddhi toi mi fai ‘ncatari,
quando lu ventu veni e ti smovi
La navi ‘nta lu portu si pripara
Pi fari la spartenza di bon’ura.
O chi partenza e luntananza amara!
Mi ‘ndi spartimi nui già vinni l’ura:
cu li lacrimi toi la navi vara,
cu li suspiri mei si ferma ogn’ura”
L’amore che ispira i canti calabresi è però un sentimento incostante: ora dolce e appassionato, ora violento, geloso e sensuale: Ed è particolarmente possessivo: la donna amata divente sempre più bella e desiderabile se corrisponde il bene dell’innamorato, ma se, per sventura, non dovesse ricambiarlo, all’amore subentrerà l’odio e lo sdegno, che sarà espresso in maniera feroce.
Dal suo orgoglio ferito sgorgheranno invettive tali da fare maledire la vita:
“Tu chi perdisti amia, perdisti assai,
ieu chi perdia a tia, non perdia nenti,
ieu campu mi ti dugnu peni e guai,
undi mi ‘mbatti ti dugnu tormenti”
E i tormenti che le procurerà iniziano subito con i versi più offensivi:
“O facci di na frigia di biscottu!
Isti dicendo chi moru pi tia
‘nta sta sciumara c’è nu sceccu mortu:
chistu è l’amanti chi moriu oì tia!”
E, come se non bastasse, farà credere a tutti gli altri uomini che volessero sposarla di averla posseduta, coprendola di infamia e di vergogna:
“Ora chi cu me bullu ti bullai,
comu a la fera bulloni li boi,
marititi figghiola e fai chi bboi;
e non pinsari cchiù a li fatti mei”
La donna raramente troverà il coraggio di rispondere all’amato e sarà solo per discolparsi del rifiuto:
“Ti rissi di sti strati non passari,
pirchi’ me patri non di vo’ sapiri
a vuci tua non voli sintiti
e mancu a rimurata di to peri.
L’acqua chi curri lu sciumi d’arretu
Su li lacrimi mei c’aiu ittatu,
eu ti lu dissi beddhu mi stai quetu
ca cu li mei m’aiu annimicatu”
Come difficilmente la donna si rivolge cantando ad un uomo, perché cosi’ glielo impongono la riservatezza e il pudore, tanto più facilmente ella adopererà la sua voce per cullare i suoi bambini, addormentandoli al suono di dolci nenie:
“O sonnu veni e di luntana via,
ni s’addurmenta la palumba mia,.
Veni, sonnu, veni e non tardari
Comu non tarda l’unda di lu mari,
E veni, sonnu, veni e pigghhiatillu
Tenulu quantu voi ma tornamillu”
Ai canti di tipo solistico, che sono i prevalenti, se ne affiancano altri, per lo più legati a precise occasioni funzionali, di impianto polivocale.
La polivocalità calabrese, tuttavia, si presenta in forme meno complesse e articolate di quelle della tradizione alto-adriatica, padano-alpina e sarda.
Sviluppo polivocale hanno soprattutto i canti processionali (in particolar modo quelli eseguiti per la Settimana Santa) e alcuni canti di lavoro. Entrambi vengono eseguiti in prevalenza dalle donne: i primi in chiesa con un sentimento di fede frammisto a superstizione e timore, proprio dei popoli antichi , i secondi quando sono intente a richiamare o a lavare.
Così cantano le donne ai piedi dell’altare:
“Madonna mia, mandimi fortuna,
tu ora a mia non m’à ‘bbandunari,
chi tutti i peni ad una ad una
l’aiu pruvati comu sunnu amari”
E durante il lavoro:
“Supra i to’ trizzi, Madonna mia,
curuna ‘ncelu arricamata ,
ma la curuna chi spetta a mia
esti di spini attorcigliata”
Non vi è aspetto della vita quindi, non lavoro non imprese che l’anima calabrese, per addolcirne la pena o elevarne il contenuto, non riguardi sotto la luce di cosa poetica.
IL BALLO
Il ballo tipico dell’Italia meridionale è la tarantella ancora oggi presente, anche se con caratteristiche assai diverse da zona a zona, in molte aree del Sud.
La tarantella calabrese si distingue dalla classica napoletana che è saltellante , rumorosa, chiassosa; essa è invece educata , signorile, composta, ma pur significativa: è l’eterna vicenda dell’amore, tradotta in ballo.
Originariamente la tarantella era collegata ai riti necessari per guarire le morsicature dei ragni o “tarantole”. Si riteneva infatti che chi era stato morso da un ragno, per liberarsi dal veleno, doveva tanto ballare fino a che si vedeva morire la tarantola.
A seconda dei movimenti, la tarantola veniva definita “pecurara” o “quaddarara”: nel primo caso il sofferente doveva ballare al suono della zampogna; nel secondo caso si doveva accompagnare il ballo con suono di una caldaia oppure di una lira battendo con una mazza su una pentola di latta.
Il ballo veniva accompagnato, a volte con versi di occasione:
“Duvi ti muzzicau la tarantella?
Duvi ti muzzicau ti ‘mbilinau.
Duvi ti muzzicau chija arragggia?
Duvi ti muzzicau mentici taju,
nommu ti passa avanti lu vilenu”
In seguito la tarantella è divenuta danza di corteggiamento, carica di esplicitazioni sessuali e manifestazioni di violenza.
Ecco come la descrive Richelmo da Cerreto:
“E’ pudica, fatta di grazia, fine, precisamente come l’amore calabrese, fatto con discrezione, con educazione, senza esuberanza , malgrado l’esuberanza della passione. La donna balla con passetti rapidi e corti, segnanti un’ellisse , con le braccia sui fianchi. Guarda in terra contegnosa, in qualche momento solleva un poco la gonna tenendola aperta come a sciorinare le proprie virtù, mandando in visibilio il ballerino che salta, schiocca le dita, batte le mani, lancia un grido festoso per incoraggiarla ad alzare un poco più la gonna e cerca di girarle attorno come per prenderla di sorpresa, ma la donna che conosce le arti della difesa meglio dei militari e che deve difendere un magnifico castello( e quale miglior castello di quello delle sue virtù!) sa che il pericolo deve essere affrontato di faccia ed allora balla sorvegliando i passi di lui ed in cortese sfida, ardita con i pugni ai fianchi …tuppi-tuppi-tuppi… continua seria e sicura di se stessa ricamando con i suoi piedini. E lui gira di qua e lei sempre davanti di qua, gira di là ed anche lei di là. In qualsiasi difesa, la parte di dietro è la più delicata, la più pericolosa e la donna lo sa e lo sa bene e … sorveglia. Bello è il momento culminante quando i due scivolano di spalla, come passandosi in rivista…le retroguardie. Si sfiorano senza toccarsi però, lei guardando pudica in terra, lui invece(quello svergognato !) la guarda che pare la voglia mangiare viva. Ma la bella che sente il calore del suo sguardo è soddisfatta e generosa ed in premio e ad incitamenti dà una giravolta di gioia,rapidamente però come per dire maliziosa” continua…chissà…puoi sperare”. Allora il giovanotto incoraggiato, si sbizzarrisce ancora di più, saltella più frenetico, grida finchè stanco e sfiduciato rinuncia ritirandosi, immediatamente sostituito da un altro che si lancia nel ballo cercando di conquistare l’imprendibile fortezza.”
Il ballo si svolge al suono della zampogna o dell’organetto, accompagnata da un tamburello per segnare il ritmo. E’ l’antica, la patriarcale. La si sente al seguito delle pecore, la si sente sperduta tra le colline.
E’ la voce della nostra terra!
GLI STRUMENTI MUSICALI
Tutto il repertorio musicale si avvale di strumenti caratteristici: zampogne, organetti, chitarre, armoniche a bocca e tamburelli.
Mentre la chitarra viene usata soltanto per l’accompagnamento dei cantanti e i fischietti, per contro, solo sofisticamente, la zampogna e l’organetto, assieme al tamburello, formano un insieme standard di strumenti musicali.
Una volta, specialmente nel periodo di Natale, al posto del “tamburello” come strumenti di accompagnamento della zampogna, veniva usato un triangolo (acciarino) che oggi non è più in uso.
Si conoscono due tipi diversi di zampogna: una con due tipi “di melodia” di diversa lunghezza e altri due tipi “di ornamento” che si accoppiano alle canne melodiche (tipo moderno) e un’altra con due tubi di melodia di uguale lunghezza e di solito tre tubi di ornamenti (tipo antico). Il suono sul tipo antico è considerato più difficile e pertanto gode di molto rispetto tra i conoscitori.
Come tubo di melodia serve, nel tipo moderno, il cannello più corto con sei buchi anteriori ed un buco per il pollice.
Dei buchi anteriori vengono però usati soltanto i quattro superiori, mentre i due buchi inferiori, in parte o completamente divisi con
cera, servono per l’accordo dello strumento. Anche la grandezza degli altri buchi viene variata con la cera, se lo richiede l’accordatura.
Per questo i suonatori si servono di parecchi raschiatori o “marghitte” di corno o metallo, che sono attaccati allo strumento per mezzo di una corda.
Il tubo di melodia ha, spesso, due rose laterali ed anche queste possono essere rimpicciolite o chiuse totalmente con cera. Sul secondo tubo, nel tipo moderno, con i quattro buchi anteriori lo zampognaro suona l’accompagnamento.
Il repertorio della zampogna, secondo la sua natura, comprende delle musiche da ballo puramente strumentali (musiche per la tarantella), ma viene usato anche per l’accompagnamento di canzoni.
L’organetto è un’armonica a bottoni, a suoni alternati con dodici tasti soprani e, di regola, due tasti bassi e un cambiavoce.
Il repertorio dell’organetto concorda in gran parte con quello della zampogna. Ma l’armonica serve anche per l’accompagnamento di un altro tipo di canzone, aritmicamente più rigida, ma melodicamente più libera, “a muttetta”.
Uno strumento indispensabile di accompagnamento della musica strumentale è il tamburello, fatto con pelle conciata di agnello tenuta ben tesa da un cerchio di legno a cui sono attaccate delle piastrine metalliche i “ciancianeddi”, il cui suono serve a riempire i vuoti lasciati dal “tump-tump” ritmico.
Accanto a questi strumenti, è da ricordare infine lo zufolo o “frischietto”, usato soprattutto dai pastori e dai ragazzi , simile ad un flauto fabbricato con un pezzo di canna con cinque buchi e completato nel becco da un apposito blocchetto di legni di fico.