Ricche di significato sono le consuetudini popolari che si riallacciano ai riti nuziali.
Esse traggono origine da una realtà sociale agro-pastorale, fondata sulla famiglia di tipo patriarcale nella quale vigeva ferma e indiscussa l’autorità del capofamiglia che amministrava e gestiva persone e cose a suo arbitrio. Era consuetudine, infatti combinare i matrimoni delle fanciulle ancora adolescenti, perché poco produttive, e impedire invece che i maschi potessero lasciare la famiglia prima che le esigenze economiche lo consentissero.
Ecco perché nell’animo del giovane calabrese si faceva ben presto strada il desiderio di svincolarsi dall’autorità paterna e di cercarsi una proprio famiglia: con il matrimonio, lui, che fino allora aveva sempre ubbidito, acquistava rispettabilità. Peso sociale e potere sulla moglie e sui figli.
Numerosi sono i riti che riguardano l’amore e il matrimonio: gli usci pratici e suggestivi con cui la tradizione abbellisce lo svolgersi delle varie fasi mirano non soltanto a colorirne il significato, ma anche a propiziare il benevolo influsso delle forze soprannaturali. Giovanni Alessio, nella rivista “Folklore”.
(anno XV n. 4, ottobre-dicembre 1931), riporta: “E’ ormai ben nota una gentile cerimonia pronunziale praticata ancora da diverse popolazioni delle zone montuose della nostra Calabria. Il pretendente alla mano di una fanciulla depone nella notte, nel limitare della casa del suo bene, un ceppo spesso adorno di nastri e fazzoletti. La mattina dopo l’amante spia se il ceppo è stato ritirato in casa o fatto rotolare per la strada: nel primo caso la mano della fanciulla gli è concessa, nel secondo gli è preclusa”.
Secondo il Corso, (R. Coeso “Il ceppo nuziale” in “La voce di Calabria” 1947) sull’interpretazione di questa costumanza, che con piccole varianti viene tramandata da secoli, non ci possono essere dubbi: quel nodoso ceppo, che rappresenta in potenza la futura pianta che darà gemme, fiori e frutti, perpetrandosi nella specie, indica la nuova famiglia che sta per sorgere eternandosi nei figli. Il ceppo simbolico di questa cerimonia è detto “cippu” o “tsùngulu”, termini che indicano la ceppaia dell’albero che darà la nuova pianta.
Al sì della fanciulla seguiva, dopo non molto tempo, il matrimonio che si celebrava in Chiesa alla presenza del sacerdote, dei parenti, e degli amici.
A volte, dopo il matrimonio religioso o quando questo non poteva essere celebrato, aveva luogo un rito particolare, comune a molte zone d’Italia, detto “matrimonio attorno all’albero della libertà”.
Il Dott. M.G. Pasquarelli, in certe sue note di folklore calabro-lucano, (Folklore anno II n. 5 1918),
scrive: “Mi riferisce un contadino c’a li tiempe de reprubbeca si sposavano così: si girava dagli sposi intorno ad un olmo, che era in piazza, e il giovane diceva:
albere senza foglie,
quest’è la mia moglie
mentre la giovane diceva
albere mie fiorite
quest’è lu lie marite
La versione calabrese è un ricordo del contado di Cosenza dove è designata col nome di “matrimonio ‘ncannistra” (V.Spinelli “poesia popolare e costumi calabresi” 1923)
La versione è la seguente:
Arvuru mia hiurita
Iu sugnu u spusu e tu si la zita
Miu belll’arvuru hiurutu
Iu sugn’a zita e tu si lu spusu.
Il banchetto che segue il matrimonio si fa nella casa dello sposo o, d’estate, sull’aia.
Il pranzo che si consuma è in rapporto alle possibilità economiche degli sposi; talvolta si devono pure alcune bottiglie di vino che fin dalla nascita della donna furono conservate in attesa del fausto giorno.
Si mangiano i “maccarruni ‘e zita” conditi con sugo della carne di un intero agnello cucinato per l’occasione.
La sposa divide tra i commensalila “pitta”, una specie di focaccia con simboliche figure a rilievo. Altre volte entrambi gli sposi spezzavano “U culaccio” e lo offrivano agli invitati.
Un tempo si solevano preparare le “nacatole”, caratteristici dolci a forma ellissoidale che venivano inviati dai contadini, quale omaggio, al padrone.
Alla fine del banchetto, il padre della sposa, nel silenzio generale, alza il bicchiere colmo di vino e dice: “Vogghiu jettari ‘na vuci”, continuando poi il brindisi con qualche parola di augurio all’indirizzo degli sposi.
I commensali, lieti, battono le mani e poi, guidati dalla madre della sposa, passano nella stanza da letto per ammirare il corredo e i doni nuziali.
Nel pomeriggio, gli sposi aprono le danze, eseguite al suono degli strumenti tradizionali.
Il ballo si dice “all’ancata” ed è una tarantella, eseguita sul tempo di tre o sei ottave, chiamata anche “abballu” o “viddhanedda”. I presenti si dispongono in circolo e scandiscono il tempo col battere della mani,mentre le coppie iniziano al centro la vorticosa danza; talvolta i ballerini si danno un gran colpo di natica, senza ridere, con la serietà di chi sta officiando un rito. Poi la festa aumenta di vivacità e, in grande confusione, uomini e donne volteggiano in questo ballo, in cui i muscoli sono in libertà e nel quale pare quasi di scorgere una reazione alla pesantezza e alla monotonia dei movimenti propri dei lavori agricoli.
La festa continua fino a sera, tra il canto e il ballo dei giovani la spensierata allegria dei fanciulli e la compiaciuta vigilanza degli anziani.
Di notte, specie nel passato, si solevano fare serenate sotto le finestre degli sposi, augurando ad essi ogni felicità:
“Li stiddi cu li stiddi sunnu uniti
U suli cu la luna s’è accucchiatu,
sunnu spusati dui valenti ziti
a russa russa e lu gigghiu ‘ncarnatu.
A zita avi i billizzi ‘cchiù cumpiti,
u zitu avi i maneri aggraziati:
Diu vi mannassi quantu ‘ndi vuliti
Figgi, ricchizzi e grazi ‘nquantitati”
Talvolta i parenti, ancora oggi, sogliono andare a vigilare davanti alla casa degli sposi, affinché nulla turbi la serenità della loro prima notte d’amore.