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La frontiera di pietra

 

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Gli scontri per l’egemonia del Mediterraneo hanno sempre caratterizzato quelle civiltà che intorno a esso sono sorte. La scoperta delle Americhe e il consolidarsi delle nuove rotte orientali spostarono verso gli oceani l'asse centrale che il Mediterraneo rappresentava per le potenze europee all'interno dei circuiti economici e commerciali fino agli inizi dell'età moderna.

Il fenomeno della pirateria e della guerra di corsa comincia a intensificarsi e organizzarsi – con l’ausilio e l’appoggio di paesi europei – costituendo sempre maggiormente un pericolo e un condizionamento per la monarchia spagnola e per le popolazioni dei suoi regni.

Il regno di Napoli nella sua strategica posizione all'interno del Mediterraneo fu frequentemente, quanto drammaticamente, vittima degli attacchi di pirati (ottomani, nordafricani, berberi) e corsari, i quali minacciando sistematicamente la sicurezza dei popoli attraverso saccheggi e deportazioni, ponevano un rischio per i traffici e gli scambi commerciali con assalti e abbordaggi.

Da Carlo V a Filippo II, prima e dopo Lepanto, fino ai Borboni, fu esigenza primaria per i sovrani spagnoli quella di mettere in sicurezza popoli e città del regno di Napoli attraverso un composito sistema di protezione delle coste e del territorio attraverso l’erezione di un sistema di torri.

A difendere le coste calabresi dalle aggressioni turchesche non fu sufficiente né il sistema difensivo navale né quello terrestre. Perciò, per contrastare il fenomeno il governo vicereale napoletano progettò nel XVI secolo un sistema difensivo continuo di torri dotate di artiglieria leggera, capace di segnalare i movimenti di nemici avvistati al largo delle coste.

La vasta documentazione consultata permette di ricostruire gli aspetti militari-difensivi: la dislocazione delle torri, l'organizzazione degli uomini d'arme, la funzione strategica delle casette per i cavallari, così come si rilevano gli impegni economici e impositivi per il mantenimento di quelle strutture (spese di mantenimento e conservazione, paghe dei soldati e spese d'approvvigionamento munizioni, tassazioni ordinarie e straordinarie per la conservazione degli apparati negli uomini e nelle strutture); si evidenziano, inoltre, i risvolti sociali del fenomeno turchesco con la descrizione del quotidiano vissuto dalle popolazioni particolarmente quelle costiere: dall'evento dei deportati destinati ad essere schiavi o avviati ai remi, ai rinnegati e conversi, alle istituzioni ufficiali o spontanee che curavano il riscatto.

Flottiglie turchesche imperversavano il Mediterraneo compiendo azioni di pirateria e razzìe anche sulla terraferma. L’ostilità tra Corona di Spagna e Impero Ottomano dura per tutta l’Età moderna fino al 1830, quando ufficialmente la pirateria finisce con il bombardamento di Algeri ad opera della flotta navale francese.

La resistenza passiva cagionò alla Calabria un pesante tributo di persone e di cose. A guidare le incursioni piratesche contro gli inermi abitanti calabresi erano grandi condottieri come Barbarossa, Dragut o Occhialì (un giovane calabrese rapito divenuto uno dei più grandi ammiragli ottomani), che sulla loro strada trovarono, qualche volta, una valida difesa allestita dagli stessi calabresi o da uomini di alto rango facenti parte della Sacra Lega.

Le incursioni piratesche, comunque, nel lungo tempo diventarono fattori destabilizzanti della vita quotidiana spossata dalla distruzione e dalla deportazione degli abitanti. La Calabria, lontana dai grandi centri, priva di strade importanti, campo d’azione tra potentati stranieri e di sfruttamento di baronati locali, terra di catastrofici terremoti, finì col veder atrofizzata ulteriormente buona parte dell’attività commerciale.

I bastimenti barbareschi assediarono le marine calabresi, come riporta nella sua cronaca il frate cappuccino padre Emanuele Celentano, «senza che vi fusse adattato il conveniente riparo, essendo il Regno nelle ultime debolezze per la mancanza di danaro e di gente d’armi».

La regione, con la sua povertà, contribuì ad accrescere le fila dei predatori. A cingersi del turbante, infatti, non erano solo persone ridotte in schiavitù, ma anche tanti servitori del feudo pronti a cogliere l’occasione di tentare un riscatto sociale dalle misere condizioni in cui erano assoggettati.

La difesa costiera affidata alle torri non poté mai raggiungere il massimo della sua efficienza a causa di mancanza di finanziamenti, poiché molte delle risorse delle province dovevano essere drenate nella capitale per il suo sostentamento.

Infatti, da Crotone e dai molteplici scali calabresi partivano interi convogli di grano, seta, olio, tavolame per la costruzione delle navi ed altro materiale per soddisfare il mercato napoletano.

Attraverso un incrocio di dati visivi e documentali si è poi scoperto che il sistema difensivo torriero calabrese era intervallato da una sequenza di casette adibite per ospitare i cavallari e altri uomini di guardia alle torri.

Le annotazioni cartografiche dell’ingegnere militare Luigi Ruel hanno consentito l’individuazione precisa dei punti strategici disegnati dagli ingegneri militari in epoca precedente, ai quali si aggiungono, con sorprendente chiarezza, quelli esposti nelle perizie qualche tempo dopo.

Il punto intermedio disegnato fra le diverse torri costituiva un presidio connesso alla complessiva organizzazione anticursiva. Le casette fungevano da base logistica dei cavallari, ma anche per coprire l’allerta soprattutto di notte, quando le postazioni assumevano un ruolo ancora più decisivo per il servizio di guardia.

La ridotta visibilità notturna dalle torri, infatti, presupponeva un rafforzamento del controllo che ne amplificasse l’allertamento concentrico ed immediato in caso di avvistamento o di sbarchi nemici.

A intervalli quasi regolari, allora, erano dislocate le casette, come dimostra la carta del Ruel perfettamente corrispondente alla numerazione riportata nelle perizie stilate dagli ingegneri regi nel 1791.

Vincenzo Cataldo

Vincenzo Cataldo, LA FRONTIERA DI PIETRA. TORRI, UOMINI E PIRATI NELLA CALABRIA MODERNA, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2014, pp. 406 + 16 a colori f.t.

 

 

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